pietro d'agostino

PAN-IKON

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Alessandro Vescovo

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NICOLA FORENZA

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Pietro D’Agostino

Manifesto del gruppo Pan-ikon composto da:
Pietro D’Agostino, Nicola Forenza e Alessandro Vescovo

In questo momento di passaggio di millennio e di riorganizzazione della nostra cultura, dovuta all’avvento del digitale e di tutto il corollario ad esso connesso, si delinea la possibilità per la fotografia di svincolarsi dalla necessità di duplicare il reale, con lo scopo di “verticalizzare” il suo campo di azione, cioè di dirigere in profondità di noi stessi l’esperienza estetica anziché farla sviluppare in orizzontale, processo già avvenuto per la pittura a cavallo del novecento proprio grazie all’avvento della fotografia.
Il ruolo che noi diamo alla fotografia è quindi quello di contattare e stimolare una zona interiore, pre-logica. La peculiarità di questa posizione teorica sta nel considerare la luce come mezzo di accesso ad una realtà interiore, possibilità che si affianca così a quella di comune esperienza di rappresentazione del mondo esterno.
La luce viene usata per creare un varco, un passaggio, che metta in comunicazione i due mondi l’interiore e l’esteriore di cui essa stessa, come l’uomo, fa parte. L’accesso avviene per mezzo del simbolo, usato in chiave pre-logica. Esso viene così ad essere un tramite di sensazioni che non possono essere provocate altrimenti, soprattutto da un approccio logico-razionale all’esperienza estetica, ricercando un coinvolgimento di altro tipo.
Ciò che si cerca di perseguire è una sorta di stupore inteso ad un livello primigenio, quasi infantile, in una condizione libera da filtri percettivi ed interpretativi della realtà dovuti all’attività razionale. Origine e “nocciolo” di questo stupore è un senso intimo di riconnessione col presente, con il qui ed ora, che trasforma un’occasione estetica in un’esperienza in presa diretta, non un rimando alle emozioni, attrazioni o repulsioni sperimentate nel passato o proiettate nel futuro.
Le nostre immagini trovano per questo motivo un possibile parallelo con l’improvvisazione musicale per le modalità con cui questa viene fruita. Sono immagini da non interpretare, ma da sentire su di sé, da vivere con innocenza, accettando l’invito a farsi coinvolgere senza sapere a priori la destinazione, con lo stesso atteggiamento del bambino che, incurante della destinazione, osserva la strada snodarsi man mano guardando dal finestrino posteriore. Sono immagini “aperte”, non hanno alcune direzione predeterminata.
Non offrono sicurezza, coerenza, ma incoerenza, contraddizioni, ambiguità. Non portano in nessun luogo determinato ma possono andare ovunque. L’unica condizione è l’abbandono, una percezione libera da filtri: le immagini ci porteranno verso noi stessi. In caso contrario, esse rimarranno completamente mute.”


Roma 1998