testo critico

La fotografia di Pietro D’Agostino

Esiste una relazione sotterranea, quanto automatica, tra elementi della realta’ e casualita’ architettonica dell’agire della luce? E’ plausibile l’esistenza di una dimensione “altra”che restituisca al soggetto guardante la possibilita’ di svincolarsi dal significato del visibile per accedere a un universo non interpretativo ma poeticamente percettivo del reale? Puo’ la fotografia rivelarci cio’ che i nostri occhi avvertono ma che il nostro cervello seleziona e scarta per consentirci una vita possibile?

La risposta a queste domande e’ si’, e il lavoro di ricerca che porta avanti Pietro D’Agostino da molti anni ne e’ la prova. In tal senso, definire “fotografia” il suo campo di azione/ricezione appare assai riduttivo. Ci porterebbe fuori strada. L’autore, infatti, procede attraverso il meccanismo dell’indagine allo stesso tempo metodica, cioe’ stimolata dal pensiero intelligente, e irrazionale, cioe’ sospinta da un’istintiva esigenza di investigazione che ha a che fare con la poesia e i significanti piuttosto che con la riflessione teorica finalizzata alla produzione di oggetti artistici. Non c’e’ alcuna contraddizione in tale atteggiamento, anzi si avverte una coerenza di fondo che raramente e’ riscontrabile nel panorama contemporaneo. Forse, l’aggettivo piu’ appropriato da accostare alla parola lavoro nell’universo di Pietro D’Agostino dovrebbe essere “filosofico”, piuttosto che banalmente “artistico”. Si avverte nelle sue opere una sorta di visione globale, la presenza di un’istanza percettiva che lo spinge a rintracciare, li’ dove esiste gia’ (poiche’ tutto esiste gia’), l’inevitabile architettura della luce. Allontanarsi dalla questione contenutistica e avvicinarsi alla registrazione di qualcosa che la nostra psiche elimina per non destabilizzarci e’ di per se’ atto creativo anticonvenzionale, libero da preconcetti e tutto concentrato non a spiegare, quanto a riconoscere cio’ che e’ intorno a noi e che non siamo piu’ in grado di comprendere, poiche’ ingabbiati nell’ossessione del messaggio codificato.

La fotografia psuedo-astratta di D’Agostino, dunque, e’ il rovescio della medaglia della raffigurazione della natura che ha rappresentato negli ultimi tempi un rinnovato territorio di ricerca. Accostare un’immagine “casuale”alla rappresentazione della fitta vegetazione della campagna romana non e’ operazione ardita ma certificazione di una potente multi-direzionalita’ e ricettivita’ dello sguardo, della presenza del fotografo nel mondo e della sua esigenza di divenire un radar puntato sull’esistente visibile/invisibile. L’autore non interpreta, non rappresenta, non cerca, semmai trova gli stessi elementi architettonici nell’azione della luce sugli oggetti e nel vorticoso e insensato aggrovigliarsi della natura in se stessa. Si potrebbe definire la sua impostazione di tipo musicale, poiche’ le sue immagini vanno lette esattamente come si farebbe con uno spartito, come la fusione sinfonica di vari elementi che coniugandosi evocano una trama, nella quale forme, scie, ombre, luce ricordano al nostro sguardo che il suo campo d’azione e’ estremamente limitato e che in natura tutto e’ gia’ “scritto”, pronto ad essere fotografato. Era cosi’ inevitabile che il suo percorso sfociasse in alcuni linguaggi paralleli alla fotografia. In primo luogo nel video, che nell’universo dell’autore perde la sua connotazione di mero dispositivo per divenire appunto “nuovo territorio linguistico”. In secondo luogo, nell’edificazione di oggetti il cui scopo e’ quello di far emergere in forma tridimensionale un’architettura di luce esistente ma non percepibile.

D’Agostino sembra essersi collocato in una dimensione di ricerca quasi scientifica che pero’ non intende scoprire nulla semmai vuole spingere lo sguardo li’ dove le convenzioni umane hanno posto un tabu’, li’ dove una certa impostazione culturale ha collocato il sacro sottraendolo alla sensibilita’ umana. Dunque, la sua azione risulta puramente sovversiva e tendente a mostrare qualcosa che si avvicina piu’ possibile all’emersione dell’enigma dell’esistenza. Il suo sguardo punta dritto alla reale essenza degli effetti visibili/invisibili della luce, nella consapevolezza che il suo atteggiamento e’ al centro di un paradosso, di una sana contraddizione. E se e’ vero che il suo procedimento creativo frutto di un meccanismo di desacralizzazione del mondo, per cui la sfera espressiva diviene territorio di registrazione di eventi percepiti dallo sguardo dell’individuo in modo automatico, e’ altrettanto certo che il percorso intellettuale che l’ha portato a operare in tal senso e’ denso della sua umanita’, del suo inseguire sensazioni interiori attraverso il pensiero fotografico, della sua connaturata esigenza di condivisione. In sostanza, il suo agire fotografico appare contrario alla mitizzazione della figura dell’artista demiurgo e costruttore, che inventa dal nulla, e fa emergere con forza un’idea dell’artista come individuo, il quale all’interno del processo intellettuale diviene corpo sensibile alle esperienze, materiale organico plasmabile dalla natura stessa.

D’Agostino inverte il processo di disumanizzazione dell’arte umanizzando la procedura creativa e riportando l’uomo, inteso come essere ricettivo e carico del suo bagaglio esistenziale, al centro del senso del fare arte. Usando una formula paradossale si potrebbe affermare che non e’ il fotografo a catturare la luce e a raffigurare la natura, ma sono la luce e la natura che fotografano il suo sguardo.

Le immagini, i video e i cubi trasparenti che fanno parte del suo universo espressivo sono estranei al tempo e allo spazio. Ci parlano del rapporto tra essere umano e natura, tra sguardo e realta’, tra razionalita’ e inconscio, tra fare mitizzato/sacralizzato e fare umanizzato. Le sue opere sono e nulla piu’, cosi’ come sono e nulla piu’ anche le opere non percepibili, quelle invisibili ai nostri occhi, quelle che l’autore potrebbe trovare nel suo cammino ma che per motivi imperscrutabili non rintraccera’ mai.

Nelle sue fotografie la luce finisce per farsi oggetto, allo stesso tempo spiegabile attraverso valutazioni tecnico/scientifiche, e inspiegabile, perche’ sintomo nascosto dell’estrema stratificazione del senso di ogni cosa, della natura, della vita stessa.

In tale complesso approccio visuale si annida una poesia destabilizzante e acuta, perfino dolorosa per la nostra mente, una poesia visiva che rivela un sentiero sconcertante la cui conclusione probabilmente non esiste.

Maurizio G. De Bonis